10 Maggio 2007
AversaOstia
Biblioteca Comunale G. Parente - Aversa (Ce)
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Sergio Zuccaro

A soli sei mesi dalla mostra Ostia, tenuta nella biblioteca E. Morante, Maria Andreozzi realizza Aversa. Geografia di una formazione sentimentale? Ma anche e soprattutto formazione politica, considerando i suoi natali nella città normanna. Ritraendo le due città compone le tessere di un autoritratto, di un’autobiografia, le due facce non solo psicologiche ma antropologiche della stessa personalità.
Aversa aggiunge la seconda ala al progetto poematico, condizione necessaria per equilibrare la portanza della narrazione, il sicuro sostegno per uscire dall’esordio ed entrare nella maturità. Maria si conferma nello stile, l’occhio rimane vigile.

La scelta di inserire alcune immagini dell’ex manicomio la espone alle insidie dei facili cascami emotivi, tranelli che lei riesce a superare (lo ha fatto anche nel Vittorio occupato e all’Idroscalo di Ostia) con la pietà e la condivisione per ciò che è disagio e con la preoccupazione tecnico-stilistica del prodotto fotografico. Il suo linguaggio mite ma destabilizzante trasforma in pathos ciò che il tempo e una cattiva memoria ha ormai disinnescato. La condivisione con il dolore le permette di posare lo sguardo sui resti di quell’universo che ancora conserva le tracce di quello che è stato il sistema repressivo prima della legge 180.
Santa Maria Maddalena, mentre aspetta un restauro, si presta a rappresentare il barbaro monumento alla memoria.
Maria lo ritrae per lo più dal di dentro, come se essa stessa ne fosse reclusa. Il suo occhio è dietro l’obiettivo ma si percepisce che il suo corpo, e anche il nostro di spettatori, è dentro le sbarre. Siamo noi ad essere ritratti nei luoghi di costrizione, che nessuno si senta al sicuro, i cancelli ancora sono chiusi e le chiavi dimenticate chissà in quale foresteria o gettate all’ortiche come quei divani gialli di buon design, paradosso e presenza metafisica, abbandonati nel giardino discarica.
Guardiamo il mondo che è fuori con la stessa rassegnazione di chi ha rinunciato alla possibilità di una redenzione futura.
Lei entra in Santa Maria Maddalena prima che la nostra labile coscienza rimuova la vergogna degli alibi morali.
Lo fa con un surplus di devozione, dovendo tenere a bada anche i ricordi personali. Lello, il padre scomparso prematuramente, ha lavorato nell’amministrazione della struttura fino al 1980, prima cioè che il polo passasse sotto l’egida della Sanità.
L’ex ospedale psichiatrico è ritratto senza censure, nella sua spietatezza, nella sua verità.

Le immagini non alludono mai ad altro, non cercano l’ambiguità, non enfatizzano. Tutto quello che c’è da vedere è sotto i nostri occhi nella misura standard dello scatto. Il soggetto è perfettamente delimitato, senza intrusioni d’effetto, nella sua fisicità, è posizionato esattamente dove la storia ne ha collocato la sua competenza.
La fotografia è scattata con un gesto istintivo ma si capisce che l’occhio ne ha già inquadrato la storia, le possibilità di relazione, le connivenze con il proprio status.
Le poche immagini volutamente in bianco e nero sono quelle che neanche il trascorrere del tempo né la tecnica della stampa cromatica potranno edulcorare. Nessuna concessione alla consolazione del colore, il soggetto torna al dagherrotipo avvitandosi alla propria origine.

Certo c’è anche l’Aversa monumentale, quella con le architetture normanne e angioine, quella dei volti e dei personaggi. Poi c’è sempre lo stesso sipario azzurro del cielo che fa da trama per imbastirne i confini, gli stessi, dei due universi, Ostia e Aversa, pensati in parallelo.
Le palme ci sono anche qui, perlopiù si avvertono nella proiezione delle loro ombre sulle facciate, a ribadire che si tratta dello stesso codice linguistico ma soprattutto dello stesso Sud.
Ad Aversa non c’è il mare ma anche nell’Ostia delle sue foto il mare è latitante, è solo una quinta per la lunga teoria degli stabilimenti balneari.
A Ostia il Belsito si legge al contrario. Anche qui per poter leggere l’insegna del Mattatoio ci costringe a una torsione di tutto il corpo, a ruotare la testa all’insù.
Maria, ancora una volta, ci invita a pensare, a guardare la realtà che è sotto gli occhi di tutti con la sorpresa di colui che guarda per la prima volta, ma sapendo già tutto, e lei per prima.