2 dicembre 2006
Ostia LevantePonente (mostra fotografica)
Biblioteca comunale Elsa Morante - Lido di Ostia
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  Se l’occhio vede,
lo sguardo invece desidera.


M. Bonazzi
Sergio Zuccaro

In fondo dormiva, non era morto è quanto mi disse Maria dopo aver fotografato all’alba un extracomunitario che giaceva sulla spiaggia di Ostia, sotto il pneuma colorato dei suoi palloni. Le sue membra uscivano da una coperta e sembravano slogate come quelle di un burattino a riposo.
Io penso che a spingerla all’alba sulla spiaggia di ponente non fosse soltanto un’esigenza tecnica, di luce, ma l’impossibilità di sopportare l’idea di quel corpo come morto appunto e poterne condividere lo stesso destino.
Lo stesso vale per tutti i ritratti colti e quasi rubati agli abitanti dell’idroscalo, compreso quello evocato da una pila di copertoni, monumento spontaneo di chi ancora tremendamente contemporaneo li rappresenta tutti: Pier Paolo Pasolini.
Ancora quando il soggetto è un’architettura, sia pur essa fatta di panni stesi sulle quinte di un cielo obliquo, oppure di una macchina per trattare la lana, dentro un capannone di lamiera, proprio di fronte alla stele del poeta, la cui insegna promette ORIFLEX.
Tutto questo è l’idroscalo di Ostia, ma potrebbe essere qualsiasi posto della terra.
Qualsiasi posto buono per un lacerto di vita.
C’è soltanto da fidarsi e seguire la freccia, piantata sulla sabbia, che indica BAR, dove con molta probabilità non placheremo la nostra sete (gli orari sono legati all’umore di Walter, il proprietario) ma certamente la curiosità da antropologo.
È un ritratto anche quando fotografa un paio di scarpe nere lucidissime messe sul davanzale di una finestra del Vittorio occupato. Il carattere di chi pur vivendo nella miseria cerca di mantenere la dignità (dico dignità e non soltanto decoro) di essere uomo.

Con la sua Nikon non vuole assolutamente fermare il tempo (faccia quello che deve fare) né rappresentarlo ma comprenderlo.
Scattare è per lei excaptàre: afferrare, ed è proprio quello che fa con il suo otturatore, per poi rilasciare al proprio destino il soggetto, senza la pretesa del giudizio o la promessa di una redenzione.
Afferrare per lei ha una implicazione psicologica, nel senso di capire, per rendersi conto che il lato oscuro della vita è addirittura frequentabile se l’occhio è dotato di pietas.
Le fotografie sono il risultato di uno scatto (OneShotMary infatti è il nom de plume che Maria si è scelto) di un’intuizione compositiva talmente codificata da sembrare istintiva.
Il diaframma anziché delimitare il perimetro dell’immagine lo allarga a dismisura rendendo il soggetto materiale letterario.
Motivo per cui le immagini sono spesso inquadrate obliquamente fino a stravolgerne il codice retorico facilmente intuibile. È la volontà di riaprire il dialogo dove esso si chiude, di mettersi a gambe all’aria e guardare il mondo a testa in giù, come sanno fare solo i bambini.

La sua geografia caparbiamente domestica evita le leziosità dell’esotico consegnandoci una trama semantica che avevamo sotto gli occhi eppure ci era ignota.
Unisce la tradizione analogica della fotografia alla trasfigurazione concettuale che l’ultimo novecento ha abbondantemente indagato.
Per questo penso che al suo esordio, Maria, abbia già un linguaggio del tutto personale, una cifra stilistica riconoscibilissima.“È questa invenzione, unitamente alla chiara coscienza delle relazioni che intercorrono tra il dato reale, la sua immagine e il meccanismo percettivo, che distingue il tecnico dall’artista” (G. Fontana: P. Fiore, Opere fotografiche, 1997).

Il razionalismo architettonico dei Lidi, portato alle estreme conseguenze metafisiche dà una visione trascendente e fa da contraltare all’immanenza dei ritratti precedenti.
Con queste immagini Maria Andreozzi ricompatta una città demidiata, non solo simbolicamente dal Pontile, spartiacque del lungomare, ma nell’economia e nell’urbanistica: Levante e Ponente, fin troppo ingenua allusione di nascita e di tramonto. Ricomporre le due maschere, seppur nella diversità, in un solo volto.
Effettuando una selezione significativa delle immagini, ci rende un genius loci del Litorale di Roma che non sospettavamo, una chimera dalle diverse anime: l’architettura del Ventennio, il culto della balneazione negli anni del boom economico e il degrado urbano del postcapitalismo.
Tutto ciò visto con lo stesso occhio, narrato con lo stesso codice stilistico cioè, evitando di cadere nelle facili seduzioni della cronaca, diventa storia contemporanea. Postmoderno, diremmo oggi.

Alcune foto sono in bianco e nero per evitare anche quella piccola consolazione che il colore potrebbe darci e non cadere nel sentimentalismo.
C’è una forma di dissanguamento, di transfert con il soggetto fotografico che fa diventare la schiena nuda di un uomo pagina da scrivere e il polpo tatuato sul suo bicipite, non un cefalopode qualsiasi, ma il fantasma di una letteratura fantastica (sto pensando a Verne).
Pessoa fa dire a un suo eteronimo che due rette parallele probabilmente s’incontrano quando le perdiamo di vista. Così è l’aderenza tra il soggetto e la sua metafora, l’attimo dopo il clic.
Nella sezione dei “Lidi” ci suggerisce di percorrere il lungomare di Ostia da levante verso ponente per poter leggere al contrario (da destra a sinistra, come nella scrittura leonardesca) BELSITO.
Questo è il regalo che ci fa: a saper guardare ci si accorge che il mondo è grande e terribilmente meraviglioso.