17 ottobre 2008
Ci Sono Serragli
Presentazione del libro d'artista:
Per I Schritto (ed. Ilfilodipartenope, Napoli)
Spazio Arte libri Ilfilodipartenope - Napoli
 

…Perché trovarsi davanti a un pazzo sapete che significa?
Trovarsi davanti a uno che vi scrolla dalle fondamenta tutto
quanto avete costruito in voi.

Luigi Pirandello

Sergio Zuccaro

“Da quanto tempo sei qui?”
“Non lo so”
“Ma è da tanto?”
“No, è di più”

Era il Maggio del 1978, questo dialogo tra una giornalista televisiva e una ricoverata dell’Ospedale Psichiatrico Civile di Aversa avveniva poco prima che la legge Basaglia desse il rompete le righe.
Le scritte sui muri dei padiglioni Livi e Bianchi, che Maria Andreozzi ha fotografato dopo 30 anni, sono testo e testimonianza. Esantemi di una malattia profonda, ossessioni che fioriscono sul tufo della parete. La protesta, scritta in bella calligrafia, denuncia l’amministrazione sanitaria, cercando legittimazione nel burocratese. I tazebao minacciano: distruggio anche il cielo, schierando un esercito di pianeti contro il mostro di questo ufficio. Allo stesso modo il puparo acese Macrì, al quale i nazisti avevano arrestato il figlio, minacciò di muovere contro di loro con tutti i Paladini di Francia, Orlando in testa. L’Erostrato ignoto vuole distruggere il tempio a meno che non si mettano i suoi “tabbelloni” che prevedono un riordino del sistema solare. Solle con due elle per rafforzarne l’effetto ustorio e soprattutto la posizione gerarchica. Non è il fratello sole che invoca Francesco nel suo cantico, ma un lanciafiamme pronto a riscattare i soprusi e le ingiustizie. E non è sora luna quella ronda di notte che gira intorno alla terra per assicurarsi che nessuno si affranchi dalla forza di gravità. Tanto che al primo legato / pure i predi fanno miracoli. L’involontario scarto enigmistico riassume l’umiliazione, in una doppia crasi, di chi ha i piedi legati (non l’eufemismo delle mani) e deve accontentarsi dei miracoli dei preti perché non ha dignità sufficiente per scomodare i santi. Tutto ciò messo per i schritto, così afferma l’autore, nell’attesa che il notaio e l’avvocato millantati vengano a ratificarne il valore giuridico. È la forza creatrice della visionarietà, la poesia come ultimo possibile linguaggio rimasto. Il testamento affidato al tufo delle pareti di “contenimento fisico” è una sovversione al sistema ellittico del divenire, il riscatto di un Lazzaro che “non tiene niente” se non il carboncino per scrivere ci sono serragli da due ore / tencono diecine di anni.
Diecine di anni? No, è di più.

Mimmo Grasso

DALLA TESTA AI PIEDI.

Gli affreschi di palazzo Schifanoia a Ferrara sono tra i più belli mai realizzati, per complessità e stratigrafia dei simboli. Si:stratigrafia, accumulo di storia di significati. Dopo che li vide Aby Warburg ( fondando, tra l’altro quello che poi sarebbe stato il suo geniale atlante della memoria) e dopo aver letto ciò che di essi ha scritto il tedesco, sono ancora più belli.
Non so perché mi viene in memoria proprio ora, dopo aver visto i graffiti dei folli di Aversa, “Schifa-noia”. In qualche maniera oscura, tuttavia, lo intuisco - e, credo, anche voi.
So anche che Warburg era schizofrenico (un altro “schi”!) e che andò in cura da Binswanger
nella cui clinica dimostrò ai medici che era guarito tenendo una memorabile lezione agli ammalati sul “Rituale del serpente”.
La sua biblioteca consisteva in 65.000 volumi e 80.000 documenti fotografici. Warburg la viveva come un’opera d’arte, come un simbolo, una forma iconologica che spostava e riposizionava continuamente, a mano a mano che andava avanti nella sua fondamentale ricerca che influenzò terribilmente Cassirer e Panofsky e, aggiungo, anticipò Edgar Morin e Cavalli Sforza. “Origini di storie”, un libro fondamentale di Bocchi e Cerruti, a me sembra -per quanto Warburg non sia mai citato- un’estensione del metodo maestro amburghese.
Warburg era consapevole della sua patologia, che lo portava al di là della “schiza”. Ho motivo di credere che, come per Nietsche o altri, ciò non fosse dovuto a fattori genetici o alle dinamiche batesoniane del “doppio legame” ma dipendesse dallo sforzo immane, oltre l’umano immaginabile, della sua intelligenza. Anche Einstein fu influenzato dal suo metodo.
Sto parlando di una persona geniale e che pertanto, proprio perché geniale, viene associata al folle. Ma Aby aveva gli strumenti cognitivi per avventurarsi in territori sconosciuti, di vivere costantemente in linee culturali di confine ne ha pagato un prezzo in termini di “normalità”. Non vale ovviamente il caso inverso, in genere poco considerato, vale a dire che l’equazione ordinaria “genio=folle” non è vera al contrario, “folle=genio”. I folli, da sempre, proprio perché folli, anche se talvolta osservati con sagacia ed elevati a emblema di qualcosa che non ha a che vedere con la malattia mentale o che tutto riporta a malattia, riescono certamente -è il pensiero di Basaglia- a vedere molto più lontano di noi ma, non possedendo gli strumenti necessari, che vanno costruiti, riportano ferite gravi e spesso letali. Semplicemente, non sanno che stanno vedendo più lontano di noi.
Ritorno a Warburg e alla sua teoresi relativa all’iconologia dell’intervallo, vale a dire “come” si trasforma in icona il vissuto storico e sociale. Questo “come” diede inizio alle “formule del pathos”, formule proprio matematiche, osservabili, riproducibili.. Questo pathos trova in quella biblioteca un po’ borgesiana la sua attuazione. Per vari aspetti lo stesso pensiero di Aldo Masullo ha a che vedere con Warburg. La biblioteca, elevata per 4 piani si sviluppa a spirale e tende a salire, dunque forma una struttura elicoidale. In ciò si anticipa anche la struttura del DNA. Infatti, ogni elemento della costruzione warburghiana, per quanto appartenente a un piano inferiore, trova il suo omologo e sviluppo parallelo nel superiore e viceversa, creando intrecci e relazioni di relazioni, un codice letteralmente storico, cognitivo e genetico.
Se, tornando a Schifanoia, guardiamo gli affreschi ferraresi in compagnia di Warburg e poi vediamo i poverissimi, essenziali, glifi dei folli di Aversa, si ha l’identica sensazione che si può avere osservando le stelle e le pietre, le icone celesti nelle chiese bizantine e le pitture rupestri dei popolani seguaci dell’abate Desiderio o, diciamolo pure, si avverte la stessa sensazione di straniamento che si ha quando dalla sovrabbondanza, ridondanza, stratificazione sontuosa e preziosamente rituale dell’antico testamento si passa al nuovo: tanto è ricco e debordante da sé stesso il primo quanto è essenziale e diretto, e in più dialettale, il secondo. La stessa icona del dio è diversa tra l’una scrittura e l’altra; la seconda ci appare sgrammaticata, approssimativa e risente ovviamente dello stile formulaico orale. Ricordiamo che gli apostoli erano analfabeti, folli come quelli di Aversa, gente che aveva visto, come gli schizofrenici, miracoli, transustanziazioni. E più folle di loro era il loro maestro, uno che osò dichiarare che “gli ultimi saranno i primi”, e ciò in un contesto dove la società era molto paradigmatica e dove l’eccellere, per la cultura romana, era il valore, la virtus, per quella ebraica l’unzione.
Ma si è folli rispetto a che cosa?
I glifi che Maria Andreozzi ha individuato nell’ex manicomio di Aversa sono le ultime “lettere” dei condannati a vivere. Chi non ha mai avuto a che fare con queste persone non può capire cos’è la sofferenza psichica, la disperazione per l’impossibilità di avere “agganci” di senso tra le cose del mondo, compreso il proprio vissuto intimassimo, per l’incapacità di ricreare relazioni tra le cose depositate nella memoria e dunque di “essere” perché l’essere non esiste se non come relazione tra i dati e che generano i fatti, le azioni.
Nel caso di Maria Andreozzi non si tratta di un reportage documentaristico ma dell’essenzialità della questione, di carattere cognitivo, esperenziale e dunque poetico. Il fatto stesso di proporre un libro con foto di graffiti e poesie graffiate, e ciò in una collana di poesia, implica una percezione di “artisticità” dei suoi documenti visivi. E’ tale artisticità che viene trasferita ai glifi, è per questo che riconosciamo statuto di poesia (quale che sia l’attività che con questa parola vogliamo indicare) a ciò che viene messo “per i schritto” dai malati.
Cerchiamo allora di capire perché scritte arbitrarie, non mediate, dolorose, sarebbero poesia.
Uso “glifo” per il supporto sul quale si trovano le scritte: un muro di pietra; dunque sono pietre su pietra, geroglifici dell’aperto rilkiano e dell’apogeo impossibile, non ancora decodificati, una specie di scrittura cretese, di labirinti senza entrata nei quali ci si chiede “Come sono finito qui?”. Non sono metafora di realtà ma realtà di quella metafora che è la follia che, si badi, etimologicamente è “follis”, cioè “mantice”, pelle piena di vento o destinata solo a far vento, energia allo stato puro senza catene di significanti che non sia il soffio della vita.
Non è chi non pensi qui ad Antonin Artaud, un altro internato in manicomio, là dove parla di “parola soffiata”, nel senso, anche di “rubata”, perché a queste persone è stato rubato qualcosa e quel qualcosa è precisamente la struttura della memoria per cui registrano un’assenza e, di conseguenza, avvertono il desiderio di una presenza. Ma di cosa? Non lo sanno: i vuoti di memoria sono per loro la costante memoria di un vuoto, qualcosa di corporale. Certamente tra di noi c’è chi sperimenta questa percezione che poi trasforma in esperienza artistica, che cioè trasforma in un “come”, gestisce attraverso una tecnica. Non so se Maria abbia accarezzato questi glifi prima di fotografarli da lontano. A me viene naturale come sfogliare un libro con le pagine in attesa del tagliacarte.
Credo che si stia creando una ragnatela di fili significanti uno dei quali, quello rosso, è nella mani di Maria. La vedo mentre cammina per le camere contigue dell’ex ospedale di Aversa e, senza che lei lo sappia, da Arianna si trasforma in Euridice svegliatasi dopo millenni e che cerca le tracce del suo Orfeo, del canto, della poesia, dell’umano. Trova negli angoli solo la sua voce, il suo sonno. Archeologa della visione.
Devo dire che molto difficilmente, da saccente presuntuoso (folle?), mi emoziono davanti a un’immagine o un verso anche perché detesto l’idea stessa della poesia come emozione. L’emozione, per me, sporca la poesia. Con le foto di Maria Andreozzi mi sono molto emozionato, molto sporcato, quasi stessi in un dejà vu, quasi che la cosa mi riguardasse molto da vicino, quasi avessi messo le mani su una carta carbone. Questo fatto del dejà vu mi riporta al crollo delle piccole piramidi di tempo di Remo Bodei e so allora di esserci già stato in queste sale e forse –forse- è stata la mia mano a scrivere col carboncino quelle scritte. Perché?
Devo tornare a Warburg e al ruolo fondamentale che ha il concetto di memoria sociale, quasi identico a quello di “meme”. Per il maestro tedesco ebbe particolare influenza lo studio del neurologo Richard Semon, Mneme (1908): ciascun evento agisce sulla materia cerebrale lasciando su di essa una traccia, l’engramma. L’analisi che Semon applica al sistema nervoso dell’individuo viene estesa da Warburg alla memoria culturale. L’engramma diventa, così, simbolo e immagine in cui si imprimono una carica energetica e un’esperienza emotiva che sopravvivono come eredità trasmessa dalla memoria e si fanno reattive attraverso il contatto con la volontà selettiva di una determinata epoca. I simboli-engrammi si concretizzano nelle Pathosformeln, espressioni di un sentimento o di un’attitudine spirituale che, in quanto riconducibili all’antica emotività della dimensione mitica, derivano, piu o meno consapevolmente, dall’antico.
Ecco allora svelato il mistero della mia emozionabilità: queste non sono scritte o poesie, per quanto alcune di esse suggeriscano la forma dei versi, ma icone storiche. Sono mie, sono io..
E sono simboli, ci giurerei, anche per chi li ha scritti, intendo dire simboli significanti e riconoscibili, anche se per lui funzionano come il vento quando rosica le pietre o lascia impronte sulla sabbia.
L’Erostrato di cui parla Sergio Zuccaro nella bellissima prefazione a queste immagini-parole è il pastore che incendiò il tempio di Artemide perché il suo nome rimanesse nella storia, ne fosse un po’ illuminato. Un gesto da folle, ovviamente. Ma ne siamo sicuri? Non è che Erostrato, angosciato dal dover morire senza lasciare traccia, ed essendo analfabeta, abbia voluto col suo gesto produrre un’opera, un grido, un “glifo” disperato? E chi ha distrutto i monumenti di Budda non è stato folle come Erostrato?
Maria ci conduce per mano in padiglioni dove vediamo persone devastate dall’angoscia, qualcuna tenuta sul letto di contenzione per quindici mesi di seguito. L’angoscia non è la paura. Si ha paura di un’esperienza i cui effetti sono dolorosi ma che possiamo ripetere, come ad esempio l’essere azzannati da un cane. Si ha angoscia per un’esperienza che non si può ripetere e questa esperienza è la morte. In tal senso le parole di Basaglia, “i folli sono persone che hanno visto più lontano di noi” posso intenderla come “i folli sono persone che hanno attraversato la morte e che , come la morte, sono essere senza essere”. E’ questo il loro viaggio, la terra avvistata.
A Erostrato Sartre ha dedicato un racconto nel quintetto di storie de “Il Muro”, evidente richiamo, da parte di Sergio Zuccaro, al supporto dove sono state elaborate queste scritture di folli e, altresì, messaggio chiarissimo sul significato della scrittura. Sartre è uno dei fondatori, sul versante letterario, dell’esistenzialismo che parte dalla fenomenologia di Husserl e dalle speculazioni di Heidegger. E qui parliamo proprio di esistenze e, anzi, dell’esistenza, l’ex-sistere sotto una ronda che, come ci fa notare Zuccaro, non è la luna: è una ronda randagia che vigila perché nessuno disobbedisca alla forza di gravità dell’esserci e dell’esserci come “gettati”, “abbandonati”.
“Serraglio” è ovviamente il chiudere, l’appartare, la palizzata in cui vengono tenute le fiere, cioè noi ex homines sapientes, i noi di quando la nostra mente, per qualche terremoto emotivo, ritorna violentemente nella conformazione bicamerale arcaica e ascoltiamo di nuovo voci e le ripetiamo, obbedienti come Achille ad Athena, e ci prendono per pazzi e ci rinchiudono nella babele dei manicomi. Babele significa “porta di dio”, un dio glossolalico, soggetto ad allucinazioni acustiche, che agisce obbedendo alle “voci di dentro” le mura perché anche lui subisce il graffio degli engramma.
Ma dove sono questi engramma? Questa macchia sulla parete, ad esempio, si autodefinisce come struttura e senso. Osserviamo questa macchia fotografata da Maria: osserviamola bene. E’ un albero con radici, un albero secco; le crepe nell’intonaco sono le radici. Chioma e radici, si sa, hanno identica struttura nell’albero. Il suo humus, umano, sono quelle parole messe in fila come versi, “terribili” perché innestate su questi solchi di versi. Certo, è impossibile stabilire che chi ha disegnato questa macchia, che il tempo ha scolorito, avesse idea di un albero. E’ possibile che io sia suggestionato dal famoso test delle macchie. Maria, comunque, ce ne fa prendere atto, ci pone davanti i suoi documenti e mi fa ricordare la poesia di un bambino che parla di una penna. La penna, dice l’anonimo poeta cucciolo, è come gli umani: non scrive: macchia.
Desidero ora farvi vedere alcune scritture storiche, vale a dire scritture elaborate con una serie di segni che, per convenzione, messi insieme o raggruppati indicano le cose e le idee:
L’ultima che vi ho fatto vedere l’ ho chiamata “scrittura aversana” perché non è altro che la stilizzazione (ma non più di tanto) di alcuni segni prelevati dalle foto di Maria Andreozzi.
La serie delle scritture storiche sono in fondo analoghe ma non omologhe di quella “aversana”, vale a dire che quelle “storiche” sono individuabili, riconoscibili some segni significanti adatti a scrivere in quanto utilizzati in molti documenti. Ovviamente possono servire per scrivere perché, opportunamente combinati, denotano qualcosa che conosciamo.
La “scrittura aversana” sembrerebbe non avere questa caratteristica. Occorrerebbe trovarla, inventarla, quasi fosse una specie di scrittura lineare B.
Mi pare altresì che un’indagine organizzata in tal senso (e cioè campionare il significato dei segni dei folli ai fini di un inventario di scrittura) non sia stata ancora compiuta. Ci sono tuttavia in poesia e musica segni arbitrari preverbali il cui scopo è creare un clima presignificante, un “om”, ad esempio. Che io sappia un’analisi del genere è stata fatta per le icone ma non per la scrittura. Senonchè anche la scrittura è fatta da icone. Il segno /W/, ad esempio, io lo leggo come la stilizzazione di una persona con le braccia in alto, che a sua volta deriverebbe dall’osservazione del gorilla che alza le braccia in segno di resa o vittoria. Di resa per dire: sono disarmato: le mie mani non afferrano. Di vittoria nel senso di dire “io sono il più alto, domino, guardatemi bene e abbiate paura di me. Sono il capo”.
Si tratterà allora da un lato di ragionare sull’icona o ideogramma e, dall’altro, di comprendere, ab intimo, che la scrittura, serve per comunicare qualcosa e che, dunque, questi segni, in quanto oggetto e medium per la comunicazione (anche se del soggetto con sé stesso) hanno un significato decodificabile anche se per ora solo dall’analista. Un’incursione negli archivi della psichiatria sarebbe molto proficua per gli artisti in quanto tra le sfere del sapere, saper fare, saper essere, saper sentire, questi segni ci conducono nell’area del “saper sentire”, che è quella, l’unica, dove avviene la comunicazione tra due persone.
Ma dobbiamo rispondere alla domanda se e come queste scritte appartengono alla poesia.
Non appartengono alla poesia. Vi appartengono se c’è uno sguardo che le rende alla poesia. Ma tale sguardo utilizzerà sistemi di lettura che non erano quelli dell’autore dei glifi in quanto chi guarda “poeticamente” sta facendo un’operazione sussidiaria rispetto ai segni sul muro utilizzando un processo di governo della polivalenza delle parole e dei suoi allegati psichici.
In altri termini sta facendo un’operazione di “manipolazione”.
La percezione del tempo, il clic della macchina fotografica, così vicino al tic-tac dell’orologio, è fondamentale perché queste immagini entrino di diritto nel sistema della poesia e –forse con più pertinenza- di racconti di cui abbiamo solo o l’inizio o la fine. E’ la nostra attenzione -e direi anche il nostro amore- che trasforma gesti e segni in atti di poesia, in materiali da mettere nella bisaccia della nostra esperienza.
Il dio mostro e il notaro che deve “mettere per iscritto” qualcosa che riguarda questo Mosè folle e profeta. E’ folle il dover mettere per iscritto qualcosa che fa affidamento sulla parola, alla vita di relazione. La follia è attestata dall’atto pubblico, è veramente messa per iscritto e nel più pazzesco e patafisico dei linguaggi, quello burocratico.
Ma a questo punto sarà opportuno considerare le foto di Maria come lettere dell’alfabeto, ideogramma, e, messi in un ordine casuale, far loro raccontare alcune storie, a cominciare dalla scala (elemento mitico) che conduce ai piani della follia. Da un’altra prospettiva, e cioè da dietro, quella porta non si aprirà più, neanche per fare entrare la luce che bussa ai vetri. I ragni hanno fatto ragnatele attorno ai cardini su cui gira la porta del silenzio.
Si tratta di un’immagine profondamente simbolica, quasi archetipica, l’introduzione, mai scritta, alla morte civile, lo stare con la fronte ai vetri di una finestra che, ci accorgiamo, è stata sempre chiusa e comprendiamo di essere vissuti come fantasma nella nostra abitazione, insieme coi folli che, improvvisamente, ci appaiono molto saggi.
La foto con la stella è l’araldica della mente e del dolore; asimmetrica, forse un tempo era simmetrica. Il dolore ne ha scalfito i contorni. Mània. O forse Asteria, sorella di Asterio, astro, il vero nome del Minotauro.
Il tempo è un muro.
E sbarre. La follia ha un codice a barre. Di ferro. Lo stridore è molto più forte oggi che viviamo in pieno Mediaevo.
Dopo aver visto queste foto, prendiamo il catalogo in cui Maria Andreozzi clicca su “Aversa” e vi accorgerete che ciò che prima vi sembrava ordine, bellezza, armonia architettonica, diventa curvatura della follia, a cominciare dalla copertina: un angolo retto di un castello kafkiano, con sul muro un cerchio e un triangolo o un quadrato (così omologhi alle scritture dei folli che abbiamo visto prima). La seconda foto ci mostra la verticalità della facciata del “Macello” (e c’è ironia in questo) che diventa orizzontalità del silenzio ottuso ed ostinato, equilibrato ed equidistante, geometrico, delle lesene che, proprio per troppa geometria e ripetitività, sembrano una glossolalia o una filastrocca senza senso.
La prima e la seconda immagine (il castello, la chiesa o il tribunale) rappresentano due poteri forti, quelli che stabiliscono se tu sei o no folle e stanno l’uno averso l’altro. E, poi, dappertutto sbarre tenute insieme da semicerchi quasi a proteggere una casa rosa e grigia o a impedire che i colori vadano via, e poi curve, curve e controcurve moresche, bizzarre, barocche, dense di spinte e controspinte, basculanti, che si dondolano sui pilastri come erano costretti a fare i folli nei cortili degli ex manicomi. Esorbitanti come il sistema solare della foto che abbiamo visto.
“Via Riccardo d’Aversa” e “San Biagio” mi sembrano una rivisitazione di luoghi ordinari che, improvvisamente, dopo aver visto questa mostra, sono luoghi della follia ordinaria: c’è sempre la finestra di luce, quasi eco di quelle che vedete qui a questa mostra; c’è un paniere pieno di vuoto. E poi cupole e cupole, quasi padiglioni e campane murarie per coprire le grida del manicomio, l’ “io ci sono” ruggito dai carcerati e dai marinai su velieri che hanno oltrepassato l’hic sunt leones.
Sto allora davanti a foto-tatuaggio, a qualcosa che riguarda la mente del corpo, il suo ricordare impressivo più che espressivo.
Notate che non c’è un solo soggetto umano, che non ci sono persone: ci sono state. Ora sono scomparse. In verità non ci sono mai state come persone. Sono fantasmi di fantasmi. Dejà vu. Il manicomio con Maria si è chiuso sul manicomio. So inoltre che questa fotografa ha un archivio di scarpe e piedi appartenenti a persone di varia provenienza. Ci sono anche le mie. Sarà un caso che concentri l’attenzione (confermando una polarità nella sua percezione) a ciò che è “estremo”, i piedi e la testa? E se in questo consistesse l’arte dei pazzi?